Bolla speculativa dell’editoria: dati, rischi, professioni vere dietro i libri (scrittori & ghostwriter)
- InVece Team

- 20 set 2025
- Tempo di lettura: 6 min
Bolla speculativa dell’editoria — la chiamo così senza giri di parole: un’offerta ipertrofica di titoli, un ecosistema di “promesse” a pagamento, metriche gonfiate e margini strizzati, mentre i lettori non crescono alla stessa velocità delle uscite. Qui metto in fila i numeri, tiro fuori i debiti, separo grano (editori solidi) da loglio (vanity ed EAP), e spiego perché la differenza tra scrittore e ghostwriter non è un capriccio hollywoodiano: è mestiere, tecnica, studio feroce.
Scritto da Gerardo Fortino

Perché parlare di “bolla speculativa dell’editoria”?
Negli ultimi anni il mercato italiano del libro ha mostrato un paradosso: tanti titoli, domanda stagnante e un’illusione di crescita drogata da fiere, hype social e classifiche a rotazione rapida. I dati ufficiali dicono che il trade 2024 è sceso lievemente (-0,9% a 1,522 miliardi di euro; -1,8% in copie), dopo una sostanziale stagnazione nel primo semestre: segnale chiaro che l’offerta non si traduce automaticamente in lettura reale.
Il quadro dei lettori non aiuta: nel 2023 solo il 40,1% degli italiani (6+ anni) ha letto almeno un libro nell’anno, in lieve ripresa sul 2022 ma sotto i livelli del 2020–21. Tradotto: platea limitata, iper-produzione e competizione feroce per l’attenzione.
A ciò si sommano le disparità territoriali: tra gennaio–ottobre 2024, il 35,8% dei libri si è venduto nel Nord-Ovest, solo il 19,3% in Sud e Isole. È domanda sbilanciata che rende più rischiosa la distribuzione per piccoli e micro editori.
Anatomia della bolla speculativa dell’editoria (in 5 punti chiave)
Sovrapproduzione cronicaIl sistema sforna decine di migliaia di novità l’anno (oltre 80.000 titoli di “varia” nel 2021), senza che l’ampiezza dell’offerta corrisponda a pari crescita della lettura. Più titoli = più invisibilità media.
Rese e giacenzeIl “gioco delle rese” erode margini: nel 2022, il 20,8% degli operatori dichiara giacenze/reso sopra la metà dei titoli pubblicati; la quota peggiora nettamente tra micro e piccoli editori. È il costo strutturale della bolla: stampi, spedisci, rientra.
Margini compressi Tra 2019 e 2023 i prezzi di copertina sono cresciuti solo del +2,6% contro un’inflazione +15,7%: il settore ha “tenuto” i prezzi bassi per non deprimere la domanda, ma ha pagato in marginalità. Il 2022 è stato il famoso anno del caro-carta (+50% vs inizio 2021): i conti ancora ne portano le cicatrici.
Canali e polarizzazione Le librerie fisiche restano primo canale (circa 54,7% del trade nel 2023), ma la quota online è ormai strutturale. Al vertice del mercato stanno pochi gruppi; nella “pancia” migliaia di marchi fragili.
Marketing di superficie L’onda social (BookTok & co.) spinge picchi brevi e “fenomeni”, non necessariamente lettura profonda o cataloghi duraturi: un acceleratore di domanda volatile. Ottimo quando c’è sostanza editoriale dietro; tossico quando sostituisce scouting e lavoro editoriale.
Fonti per approfondimento
Dove sono i soldi (e i debiti): editori solidi vs fragili
Parlare di bolla non significa dire che “tutto va male”. I grandi gruppi tengono la barra:
Mondadori: ricavi 2024 €934,7 mln, utile netto €60,2 mln, Pfn IFRS 16 - €173 mln (debito netto), dividendo 2025 a €0,14/azione. Solidità finanziaria e leadership, pur con utile in lieve calo.
Gruppo Feltrinelli: 2024 chiuso con ricavi €530,8 mln, EBITDA €25,9 mln, utile netto +€3,4 mln, PFN -€5 mln (miglioramento). Rientro in utile: segnale di riassetto ben gestito tra retail e contenuti
GeMS (Mauri Spagnol): secondo player del mercato “varia” con ~12–12,5% di quota, portafoglio marchi e distribuzione integrata nel gruppo Messaggerie (Emmelibri). Governance e scala contano.
Giunti: ricavi -€116,3 mln (2023) e utile positivo; impresa storica con catalogo profondo, utile ma margini prudenti.
Il dato macro: circa 5.300 editori attivi, oltre 3.000 librerie e 70 mila addetti nella filiera—numeri importanti, ma che descrivono anche un ecosistema affollato con rischio di sotto-capitalizzazione sulla coda lunga.
Tradotto: i big reggono perché hanno scala, distribuzione, catalogo e finanza. La coda lunga soffre il combinato disposto di rese, sconti calmierati, costi carta/logistica e domanda piatta. È in questa zona grigia che la “bolla” gonfia aspettative e comprime realtà.

"Case editrici a pagamento” (EAP) & fuffa: come riconoscerle senza farsi male
L’editoria a pagamento è lecita ma sposta il rischio industriale sull’autore: editori che chiedono contributi (espliciti o travestiti) per stampare, spesso senza vero lavoro editoriale, promozione o distribuzione efficace. Non è “diabolico” per legge, ma è un altro mestiere: tipografia + servizio, non editoria selettiva. Cose da guardare prima di firmare:
Richiesta di acquisto copie o “quota promozione” a carico dell’autore.
Diritti ceduti per lunghi periodi con royalty posticipate e soglie minime (100–300 copie prima di pagarti).
Distribuzione fumosa: niente librerie reali, niente cataloghi strutturati, niente ufficio stampa.
Contratti con clausole che vincolano senza un piano editoriale credibile.
Una voce storica del dibattito in Italia (Loredana Lipperini e, a suo tempo, il forum Writer’s Dream) ha spiegato perché l’EAP perverte la selezione e ribalta la filiera: l’editore vende e lo scrittore compra. È legale, sì; ma non è il percorso dell’editoria professionale selettiva.
PS diretto: EAP non significa automaticamente “truffa”; significa modello diverso. Ma se cerchi un editore vero, diffida di chi ti chiede soldi per pubblicarti. Punto.
Le crepe strutturali: domanda fragile, offerta gonfia, territorio spaccato
Domanda: lettori al 40,1% (2023), con cali di qualità del tempo dedicato alla lettura nel 2024 (molti leggono <2 ore a settimana). È una platea “larga ma superficiale”, facilmente spostabile da trend e contenuti veloci.
Offerta: “titoli, titoli ovunque”. L’iperproduzione rende ogni novità più effimera, costringendo gli editori a pressioni promozionali e a una corsa alla novità che cannibalizza il catalogo, cioè i mattoni veri di un’impresa editoriale sana.
Territorio: il Nord assorbe molti più acquisti del Sud. La logistica costa, le rese pesano, i micro si schiantano.
Prezzi e costi: inflazione generale alta, libri tenuti “calmi” → margini compressi. Il “caro carta” 2022 è stato un colpo secco che ha fatto scuola.
Bolla speculativa dell’editoria: come ci siamo finiti qui
Tre spinte si sono sommate:
Shock-pandemia: 2020–21 hanno portato vendite sopra il 2019; il settore ha letto il segnale come “nuova normalità” e ha ampliato le uscite. Poi il rimbalzo 2022 (carta + inflazione) ha presentato il conto.
Hype social: BookTok & co. hanno dato benzina a titoli romance/YA/fantasy; fenomeno prezioso ma volatile. Senza editing e scouting, restano bolle di classifica.
Filiera sregolata nella coda lunga: facilità tecnica di produrre libri (print on demand, servizi) ha fatto nascere migliaia di marchi. Non è il male assoluto; è concorrenza. Ma senza capitale, rete e lavoro editoriale, diventa rumore.

Bolla speculativa dell’editoria: 7 indicatori pratici per capirla
Titoli/lettori: i titoli crescono più dei lettori. (80k+ varia vs 40% lettori).
Prezzi vs inflazione: copertine +2,6% (2019–2023) vs inflazione +15,7% → margini giù.
Caro input: carta +50% nel 2022 → impatto sui costi unitari.
Rese: quota operatori con giacenze/reso >50% dei titoli ancora al 20,8% (2022).
Geografia: domanda concentrata al Nord; Sud e Isole < 20% del venduto (gen–ott 2024).
Polarizzazione: top gruppi stabili con scale/finanza; micro editori esposti. (AIE: -5.300 editori attivi).
Retail mix: librerie fisiche in testa, ma online strutturale → sconti limitati per legge (5%) a tutela dell’equilibrio competitivo.
“Case solide” (cosa le rende tali) vs illusioni a pagamento
Solidi sono gli editori che:
Selezionano pochi manoscritti, investono in editing, copertine, catalogo e promozione reale;
hanno distribuzione capillare (fisica + online) e posizione finanziaria sotto controllo;
leggono dati (serie lunghe, non fotografie di una fiera) e impostano piani pluriennali.
Esempi di salute relativa: Mondadori (scala, utile, dividendo), Feltrinelli (rientro in utile), GeMS (quota >10%), Giunti (utile positivo; catalogo storico). Questi numeri non dicono che “va tutto benissimo”, ma che esiste una spina dorsale industriale su cui il settore ancora sta in piedi.
Fuffa è tutto ciò che scambia stampa per editoria: contratti dove paghi tu, campagne “pacchetto” senza risultati misurabili, assenza di editing, nessuna rete libraria, nessuna rendicontazione trasparente. Se qualcuno ti chiede soldi prima, sta spostando su di te il rischio d’impresa. Chiamala pure “tipografia con lucine”.
Scrittore vs Ghostwriter: no, non è la stessa cosa
Dimentica l’iconografia finta del camino & sigaro. Scrivere bene è lavoro tecnico. Lo scrittore costruisce un’opera originale; il ghostwriter costruisce l’opera di altri (persone, aziende, figure pubbliche) con metodo e responsabilità, spesso più dura perché deve:
Studiare dossier, documenti, interviste, archivi (ricerca primaria e secondaria).
Mappare la voce del cliente (tono, lessico, ritmo) e mantenerla coerente su centinaia di pagine.
Gestire struttura, timeline, isocronia, dialoghi, legal-check, apparati (note, bibliografie, liberatorie).
Rendere il testo leggibile e pubblicabile: dall’outline ai capitoli, fino al proofing.
Il ghostwriter serio lavora come un artigiano-editor con toolkit da professionista: outline, interviste guidate, style guide, deliverable progressivi, milestone, referenze, NDA e contabilità del tempo. Zero romanticismo, altissima accountability. (E no, non “scrive al posto tuo” contro di te: scrive con te e per il lettore.)

Conclusione (senza zucchero attorno)
Il libro non è un talismano: è industria culturale. La bolla speculativa dell’editoria nasce quando confondiamo rumore con valore, stampa con editoria, hype con lettura. I numeri dicono che la domanda non segue l’offerta—e che a tenere il settore sono gli editori con disciplina industriale, non quelli coi “pacchetti”.
Scrivere è un mestiere antico che oggi chiede testa fredda, dati, metodo. Lo scrittore studia. Il ghostwriter studia ancora di più, per scrivere la voce dell’altro senza tradirla. Meno camino e sigari, più tecnica e responsabilità. Così si buca la bolla — o almeno, non ci si casca dentro.




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