Violetta Bellocchio: scrittura, corpo e lucidità radicale
- InVece Team

- 29 dic 2025
- Tempo di lettura: 11 min
“Ci sono due o tre gesti quotidiani, i famosi momenti privati, che ripeto una volta al giorno davanti allo specchio di un bagno qualsiasi, come quello dell’appartamento dei miei genitori in una città che non esiste più – lavarmi i denti, toccarmi i denti davanti con la punta della lingua; passarmi un pettine di legno tra i capelli, sbrogliare la matassa sulla nuca; mordere e lasciar andare la cicatrice bianca nell’angolo interno destro del labbro inferiore – e ci sono momenti privati che non ripeto da un numero di anni sufficiente a esaminarli con il giusto distacco, come, ad esempio, tirarmi una sberla sulla bocca allo specchio dello stesso bagno a metà mattina.”

Studio privato: un libro che non chiede permesso
Cara Violetta,
prima di tutto, grazie per aver accettato di parlare con noi del tuo nuovo libro, Studio privato, uscito il 17 ottobre per 66thand2nd.
Deborah:
Queste parole, che aprono il libro, ci portano subito dentro uno spazio intimo e brutale. Poco dopo vai avanti dicendo: “Se non hai mai messo alla prova il tuo corpo, io come posso pensare che la tua testa sia altro da una stanza di carne calda”, insomma, “una sberla in bocca non è nulla: quali danni vuoi che provochi.” Mi hai ricordato una conversazione in chat con un’amica scrittrice, io le dicevo che con il mio corpo ho sempre superato i limiti, e lei mi ha risposto, non è niente di grave se non ci uccide istantaneamente. Mi sembra che questa conversazione abbia molto a che fare con la storia che racconti.
Violetta Bellocchio: Grazie, la prendo come un onore. E la tua amica ha ragione. La scelta di aprire il libro con quelle pagine e quella sequenza voleva andare proprio in quella direzione. Una volta acquistato il sufficiente distacco per rivisitare un pezzo di vita troppo incendiario anche per i miei standard – e i miei standard contemplano “togliersi dal mondo per anni ricostruendomi un portfolio sotto pseudonimo blindato” - mi è sembrato che aggiustare da subito la cornice e l'inquadratura avesse un'importanza essenziale: eccomi qui, non sono morta, il periodo era molto brutto, sì, ma a un certo punto l'ho chiuso, come avrei potuto chiudere la porta su una cattiva relazione privata. È anche vero che da professionista non alle prime armi mi capita di provare una certa sana insofferenza verso chi desidera produrre opere d'arte senza aver mai cercato di diventare un po' più bravo in quello che fa, senza mai alzare il tiro, senza essersi mai messo davvero alla prova, e senza mai nemmeno aver accettato il passare del tempo. L'ambizione è un ottimo strumento da avere nel proprio arsenale, ma bisogna buttarla tutta nell'opera: se l'ambizione si riduce a un desiderio di ascesa sociale, a un certo punto non basta. Allora si crea una situazione per cui io – e come me tanti – ci troviamo a pensare “ma questo perché diavolo sta qui? Cos'ha imparato?”.
Autofiction, memoir e ferocia controllata: il metodo di Violetta Bellocchio
Simone:
In Studio privato, Milano è senza dubbio tra le città italiane che più accende riflessioni nel campo della geopsicologia. Emerge una metropoli cannibale in cui la salute mentale assume rilevanza e attenzione pubblica, ma è anche il luogo in cui sembrano concentrarsi le nevrosi, l’ossessione per la performance, lo psicofarmaco come palliativo istantaneo e mai come cura diretta e adeguata. Emblematico lo scambio con lo psichiatra che, in pochi minuti, prescrive un farmaco anziché ascoltare chi ha davanti. Più che intervenire sulla salute mentale del singolo bisognerebbe riflettere sulla sintomatologia della società metropolitana?

Sono resistente a questa interpretazione per un motivo molto banale: vicende quasi identiche a quella che ho attraversato e ricostruito in Studio Privato sono accadute nel secolo scorso e in contesti geografici che non potevano essere più distanti dalla mia città natale. Se mai, è stato sconfortante prendere atto che la stessa dinamica idiota ha continuato a riproporsi con il passare del tempo e in diversi paesi del mondo, a cambiare era soltanto l'identità di chi di volta in volta veniva considerato patologico, indesiderabile, o incapace di farsi andare bene la stessa sbobba che il vicino di casa sembrava mangiarsi senza il minimo lamento. Ne ho tenuto conto durante la stesura del libro, proprio perché, al di là dei fatti individuali raccontati, la mia stessa esistenza come persona ridotta a “pseudo-paziente” non era affatto un'aberrazione o una deviazione rispetto a una cattiva norma: al limite, ho preso decisioni narrative proprio per allargare il campo, di tanto in tanto, e mostrare che nulla esisteva in un vacuum. Del resto, però, la mia città natale come sistema nervoso intaccato dall'ìncuria e dall'avidità di chi negli anni ha via via “ristretto il campo” a chi ci abita è stata un tratto distintivo del progetto fin dai primi appunti. Credo di aver vissuto nell'ultima stagione in cui lo spirito di iniziativa veniva davvero premiato dalla mia città. Magari non andava subito altrettanto bene a tutti, ma la me stessa ragazzina che si ritagliava una pratica di scrittura e di lavoro non era diversa dal centinaio di coetanei che hanno preso la stessa strada o manifestato gli stessi interessi. In effetti credo che la perdita di riferimenti in questa “metropoli cannibale”, come la chiami tu, ci abbia provocato danni molto maggiori rispetto a episodi o eventi legittimamente traumatici – specie se mettiamo a confronto quello che abbiamo perso e il vuoto pneumatico che ha occupato il suo posto. Se ogni più piccolo spazio viene fatto chiudere, e al suo posto viene piazzata una poltiglia indifferente che va dai centri estetici alle sedi di Scientology al laboratorio di mindfulness fatta per giunta malissimo, mi sembra ovvio che un cervello attivo e funzionante viene ridotto a un organo-consumatore. Un po' come l'uso degli stessi filtri per foto e video trasforma ogni faccia nella stessa identica faccia piallata, per usare un termine recente.
Deborah: La città, dici, contiene in sé il pericolo e l’opportunità. Cos’è, invece, lo studio privato?
Il titolo è ambiguo per molti motivi, e a me piace. Esiste la dimensione dello “studio privato” come un luogo dove chiunque si mette a ricevere clienti, meglio se con l'illusione del settore privato e quindi l'illusione che il servizio offerto sarà migliore. Ed esiste la dimensione dello studio privato perché alla fine tutte le cose che ho imparato a fare nel tempo le ho imparate studiando. In alcuni casi si è trattato di accademia, in altri di un'istruzione che potevo procurarmi mentre in teoria venivo pagata per fare altro, come le interviste in batteria agli attori, in altri casi ancora si tratta di pezzi di formazione molto spiccia che sono andata a procurarmi perché erano cose che presto o tardi dovevo imparare, come le lezioni di recitazione che dovevano farmi passare la paura di parlare in pubblico per promuovere un mio libro e che mi hanno insegnato a tenere l'espressività facciale sotto controllo. Alla fine dei conti quello che produce un autore spesso si rivela il frutto di un insieme di tutte queste cose.

Simone:
In questa nuova opera mostri persone fragili che investono denaro rivolgendosi a life coach, curatori, sedicenti terapeuti. Siamo disposti a mettere a rischio la nostra salute e il nostro portafogli pur di essere ascoltati. Tu hai ricoperto entrambi i ruoli: da un lato cliente e consumatrice di psicofarmaci, dall’altra “professionista” che offre sostegno. Come hai vissuto questa ambiguità?
Ci tengo a precisare che ho cominciato a scrivere di questo periodo in particolare dopo che erano trascorsi anni e dopo aver pubblicato parecchio materiale molto diverso (per anni avevo pubblicato poesie e racconti, avevo appena chiuso l'ultima stesura di Electra e non dovevo dimostrare niente a me stessa, a patto di restare in attività e convogliare rapidamente tutta la lucidità di scrittura nel progetto successivo). Mi sembra la condizione necessaria per andare al cuore di un periodo: distanza e motivazione. Lì e allora, pensavo che non avrei mai più combinato nulla di buono e soprattutto non avrei mai ragionato con collaboratori davvero professionali per quanto riguardava la mia scrittura, allora, per un periodo breve, ho davvero pensato che tanto valeva andare a fondo e cercare di cucirmi addosso una professione diversa: gli incentivi sociali erano molto potenti e andavano tutti in quella direzione – per un po'. Certo, frequentando dall'interno il circuito dei formatori ho toccato con mano una tale povertà su tutti i livelli (professionale prima che culturale e prima che umana) che ho seriamente afferrato come sarebbe stato molto meglio buttarsi sotto una macchina o montare le sorprese degli ovetti Kinder a cottimo.
Nel momento in cui ero snebbiata da anni, ero di nuovo in attività, e sapevo di poter avere diversi progetti da sviluppare nel tempo, beh, quella particolare tranche de vie era irresistibile, perché quel livello di confusione complessiva per uno scrittore è oro puro. Qualcuno guardava me e pensava “pazza scannata, mettiamola in isolamento, diamole farmaci a casaccio aumentando le dosi al semaforo!”: qualcuno una settimana più tardi guardava me e pensava “facciamole fare la coach, tanto questa ha la faccia giusta e il mondo è pieno di scemi che si bevono tutto”. Ovviamente non mi si era del tutto spento il motore, perciò una piccola parte di me ha sempre pensato, “se esco viva da questa stanza di merda, ne posso scrivere”. Questo direi che vale sempre nel mio caso: se esco viva da una determinata stanza di merda, ne posso scrivere. Cambia giusto un po' la stanza. A volte la stanza è un semaforo.
Simone:
Ogni capitolo è denso, un lungo flusso dove talvolta si sovrappongono argomenti e considerazioni. Potrebbero leggersi anche come sedute private in sequenza, in cui racconti con lucidità e senza filtri aspetti legati alla sfera intima. Quando è nata la psicoanalisi, Breuer parlava di talking cure, e si è iniziato a pensare alla parola come strumento di terapia e di possibile cura. Durante la stesura ti è capitato di scrivere e rileggere passaggi che non erano emersi in altri contesti di terapia? Scrivere questo libro ti ha portato a scoprire cose di cui non eri ancora cosciente?
Sai che in realtà alla talking cure in senso analitico io credo pochissimo, qui e ora? È servita molto in un periodo e in luoghi dove le persone parlavano poco, o venivano stimolate poco in quel senso, perciò ha avuto un senso storico e potrebbe averlo ancora in contesti sociali dove non si parla di nulla, ma se mi guardo intorno vedo la classica degenerazione di quando un sistema o un metodo non funziona più granché e in compenso esistono assolutamente troppi praticanti semi-certificati in cerca di una clientela, come con i gradini più bassi dei sistemi di vendita multi-livello. Tra l'altro molti cercano di far parlare un paziente o un cliente senza essere in grado di articolare con precisione cosa si vuole scoprire parlando con loro – e senza essere in grado di capire bene chi si ha davanti, lasciando il campo aperto a proiezioni pessime di ogni tipo. (Ti lascio immaginare la quantità di domande e di osservazioni idiote che mi vengono fatte nel momento in cui qualcuno crede di sapere in cosa consiste il mio lavoro: il campo medico e terapeutico purtroppo trabocca di attori, musicisti e artisti mancati, il che rende se mai ancora più difficile ricevere cure adeguate per chi è un attore, un musicista o un artista, per loro noi siamo dei muri su cui proiettare ambizioni individuali mancate o visioni della “creatività” che non stanno né in cielo né in terra.)

Per quanto riguarda la pratica di scrittura, invece, la relazione con la mia memoria può cambiare nel momento in cui sto scrivendo a pieno volume; mi capita relativamente spesso non di recuperare un ricordo ma di recuperare la presenza a me stessa necessaria per capire dov'è andato a finire un episodio risalente a parecchio tempo fa, magari depositato in una stanzetta laterale della mia memoria in modo da ingombrare meno spazio possibile, magari messo sotto chiave in modo da dare meno fastidio possibile a me. Ho una memoria implacabile che non lascia mai davvero scorrere via nulla – è molto difficile che risponda “non ricordo”, o che dimentichi mai un giro di frase, o una battuta infelice. Non direi che si tratta di una scoperta, dunque, ma di un negoziato. È successo più volte, compresa durante la lavorazione di questo libro, di accedere con enorme facilità a una sezione di tempo molto lontano passando alla mia seconda lingua. Credo che la seconda lingua si limiti a darmi il permesso di scrivere seriamente perché la quantità di scemenze e di luoghi comuni che ho dovuto ascoltare con le mie orecchie in seconda lingua è molto minore rispetto al carrozzone di cose stupide che mi è toccato e mi tocca ascoltare nella mia lingua madre.
(Resisto alla tentazione di chiudere questa risposta con un emoji per sdrammatizzare – :) - perché queste cose le penso sul serio e l'ironia è il rifugio dei mentecatti.)
Deborah:
Studio privato è stato definito un memoir, ma anche un esempio di autofiction. C’è un personaggio femminile, una co-protagonista le cui vicende si muovono in un tempo precedente a quello della storia, ma in qualche modo affiancano quelle dell’autrice. Parlaci di lei, di Jules.
In poche parole: una stesura di lavorazione aveva qualche pagina scritta in prima persona dove accennavo a un periodo di semi-abbandono scolastico da parte mia durante l'inizio delle superiori – terminato, tra l'altro, con l'assunzione di una dose di oppio farmaceutico che mi era stata gentilmente offerta a tarda notte da un giovane medico, lo stesso che alcuni anni più tardi mi ha messo in mano una pistola regalata a lui “da un cliente”, “per sdebitarsi”. (Scrivo nonfiction perché la fiction mi annoia profondamente e perché ogni volta che dico “ah” mi ricordo di avere abbastanza materiale di lavorazione per cinque vite consecutive.) Quelle pagine non avevano mai preso una forma soddisfacente, rinviavo il momento di farle svoltare dicendo “metto a posto dopo”. Tra il minuto in cui ho premuto il tasto “invia” al mio editor Alessandro Gazoia e il minuto in cui ho ripreso in mano il libro erano passate circa due settimane: abbastanza per farmi capire che potevo pedalare sulla pagina molto di più, e che dovevo proprio affrontare quei passaggi di petto se volevo alzare il livello di tutto il libro. A quel punto ho provato a svoltare in terza persona gli appunti, ho dato il nome “Jules” alla ragazzina di cui stavo parlando, e il capitolo principale si è scritto da solo in due giorni: è stato significativo perché la mia terza persona, storicamente parlando, fino a quel momento valeva meno di un pacchetto di cicche. Sono andata dietro a questa al volo aggiustando altri tranci di libro e spostandoli in terza. Credo sia successo perché con questo progetto in particolare desideravo lavorare con un editor di polso, che mi avrebbe spaccato una sedia sulla schiena se era necessario per il bene del libro (ci siamo arrivati anche senza la sedia). Con il passaggio in terza persona e il chiamare “Jules” la parte più rimossa e più goffa della stessa voce narrante, sono riuscita ad atterrare dritta sulla pagina raccontando perché, tra le altre cose, avevo tenuto severamente privata nel corso degli anni una lunga storia di bullismo scolastico che era solo andata in crescendo e non si era dissolta in una bolla di sapone con un classico cambio di istituto. Il silenzio mi ha protetto molto a lungo, ma negli anni della mia trentina che Studio Privato racconta quello stesso silenzio aveva creato le condizioni per cui praticamente chiunque poteva venire da me a dirmi chi ero veramente. Sono contenta di essere in un posto migliore – anche se, all'interno di questo libro, ogni tanto dico “io” e ogni tanto dico “Jules”.
Deborah:
C’è una frase in particolare che infesta la protagonista e la spinge sullo scivolo della depressione: “Niente di quello che stai pensando è destinato a succedere.” Il tema dell’overwork si lega a stretto filo con il terrore che gli sforzi siano vani: sensazione di incertezza, di instabilità molto diffusa oggi, soprattutto in un ambiente precario come quello del lavoro culturale. Il finale però ci lascia con la speranza che da questo buio, un giorno, si possa riemergere. Cosa rimane a Violetta oggi di quella frase infestante?
Mi rimangono tre cose sopra le altre: uno, sempre concentrarsi sul produrre lavoro e poi cercare il contesto / le persone adatte a sviluppare quel lavoro, mai il contrario (perché non esiste nessun traguardo economico o reputazionale che una volta tagliato sarà capace di risarcirti come per magia di tutto quanto può essere andato catastroficamente storto a porte chiuse); due, è buona norma limitare il numero di persone che possono entrare in contatto con te sulla base del loro “aver letto o visto qualcosa di tuo” (perché le cattive compagnie sono infettive e il mondo è pieno zeppo di parassiti sociali oltre che di pazzi col botto); e tre, avevo ragione. Niente di quello che stavo pensando allora era destinato a succedere. In compenso, quando ho abbandonato un modo di fare passivo che non mi apparteneva, e quando ho ricominciato a muovermi per essere io a fabbricare le cose, prima liberamente, poi via via con maggiore criterio, mi sono ritrovata con un corpus di lavoro che assomiglia molto di più a quanto avevo sempre desiderato in prima battuta.






Commenti