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Scrivere sull'acqua

Regalare libri è un atto politico

C’è un equivoco comodo che ogni dicembre ritorna puntuale come l’influenza: regalare un libro sarebbe un gesto neutro, elegante, innocuo. Un dono “che non fa male a nessuno”. Falso. Regalare libri è un atto politico, nel senso più concreto e meno retorico del termine: produce conseguenze, comunica valori, prende posizione. Sempre. Anche quando si finge il contrario.


Il libro non è un oggetto qualsiasi. È contenuto, simbolo, filtro culturale. E soprattutto è una scelta. Scegliere un libro significa scegliere che tipo di mondo legittimare, quale voce amplificare, quale visione normalizzare. Chi regala un libro, che lo voglia o no, esercita una forma di potere morbido. Non coercitivo, ma persistente.


Regalare libri è un atto politico

Il libro non è mai neutrale


Non esiste libro “innocente”. Non per ideologia, ma per struttura. Ogni testo nasce in un contesto storico, economico, culturale preciso. Ogni pubblicazione è il risultato di una selezione: qualcuno ha deciso che quel libro meritava spazio, stampa, distribuzione, visibilità.


Secondo i dati AIE (Associazione Italiana Editori), oltre il 60% delle vendite annuali di libri in Italia si concentra negli ultimi due mesi dell’anno. Natale non è solo una festività: è il vero motore commerciale dell’editoria. Questo significa una cosa molto semplice: ciò che si regala a Natale orienta il mercato.


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Regalare un libro vuol dire sostenere una filiera, un editore, una collana, un’idea di cultura. Vuol dire dire sì a qualcuno e no a qualcun altro. Non è un gesto simbolico: è una micro-decisione economica con effetti reali.


Regalare libri è un atto politico anche quando fingi che sia solo cultura


C’è una retorica rassicurante che accompagna il libro-regalo: “almeno è cultura”, “meglio di niente”, “fa sempre bene”. Ma questa narrazione serve soprattutto a non farsi domande.


Un libro può:


  • normalizzare una visione del mondo

  • legittimare una gerarchia culturale

  • rafforzare stereotipi sociali

  • riprodurre un canone chiuso


Oppure può metterli in crisi. Dipende da cosa scegli.


Regalare l’ennesimo bestseller rassicurante, costruito per non disturbare nessuno, non è un atto neutro: è una scelta conservativa. Regalare un libro scomodo, minoritario, fuori dal centro commerciale dell’editoria è una scelta diversa. Politica, appunto.


Regalare libri è un atto politico

Il libro come strumento di posizionamento sociale


Il sociologo Pierre Bourdieu lo spiegava senza giri di parole: il consumo culturale è una forma di distinzione. Il libro non serve solo a leggere, ma a dire chi siamo. O chi vorremmo sembrare.


A Natale questa dinamica esplode. Il libro diventa:


  • alibi culturale

  • segnale identitario

  • certificato di appartenenza


Si regalano libri per mostrarsi colti, sensibili, impegnati. Spesso non importa che il destinatario li legga davvero. Importa il gesto. Il messaggio implicito. Questo spiega perché certi titoli tornano ogni dicembre come decorazioni: non perché siano indispensabili, ma perché funzionano simbolicamente.


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L’editoria lo sa (e gioca la partita)


Nessuno più degli editori è consapevole del valore politico del regalo. Le collane “da dono”, le copertine patinate, le fascette morali (“il libro che tutti dovrebbero leggere”) non sono casuali. Sono strumenti di orientamento.


Secondo Nielsen BookScan, una parte significativa degli acquisti natalizi riguarda libri che non verranno mai letti integralmente. Non è un fallimento: è il modello. Il libro come oggetto simbolico prima ancora che come esperienza. Il mercato editoriale non vende solo storie. Vende posizioni. E il Natale è il momento in cui queste posizioni entrano nelle case.


Regalare libri è un atto politico perché costruisce il canone


Il canone non è una lista sacra: è una costruzione dinamica. Cambia in base a cosa viene pubblicato, promosso, regalato, discusso. Ogni libro che entra in una casa contribuisce, in piccolo, a rafforzare o indebolire un certo immaginario culturale.


Regalare sempre gli stessi nomi significa:


  • restringere lo spazio di voce

  • consolidare il centro

  • lasciare ai margini chi non ha marketing


Regalare libri di editori indipendenti, voci laterali, narrazioni non allineate significa fare l’opposto. Non è eroismo. È consapevolezza.


Quando il libro diventa gesto morale (e quando è solo ipocrisia)


C’è una zona grigia fastidiosa: il libro regalato per sentirsi dalla parte giusta. Libri “etici”, “necessari”, “impegnati”, scelti più per autoassoluzione che per reale interesse. Qui il gesto politico si svuota. Diventa performance. Non è il contenuto a essere sbagliato, ma l’intenzione: regalare per lavarsi la coscienza non produce cultura, produce silenzio. Un libro politico non è quello che dice “le cose giuste”, ma quello che apre domande. Anche scomode. Soprattutto scomode.


Regalare libri è un atto politico

Il dato che non piace: chi riceve libri non li sceglie


Secondo ISTAT, oltre il 40% degli italiani legge meno di un libro all’anno. Questo significa che una grande fetta dei libri regalati finisce a persone che non leggono abitualmente. Qui il gesto diventa ancora più delicato.


Regalare un libro a chi non legge è un’imposizione culturale? A volte sì. Altre volte è un invito. La differenza la fa la scelta: libro come ponte o come piedistallo.


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Regalare libri è un atto politico all’inizio di ogni scaffale


Regalare libri è un atto politico quando entra in casa, si posa su uno scaffale, resta visibile. Anche non letto, il libro parla. Dice cosa è legittimo, cosa è autorevole, cosa “vale”.


Uno scaffale è una mappa ideologica domestica. Racconta molto più di quanto sembri.


Conclusione: la responsabilità del gesto piccolo


Non serve mitizzare il libro. Ma neppure fingere che sia un oggetto neutro. Regalare libri è un atto politico perché è una scelta culturale consapevole o inconsapevole. E ogni scelta, nel campo delle idee, pesa.


A Natale, quando il gesto si ripete in massa, quella responsabilità si moltiplica. Non per diventare militanti, ma per smettere di essere ingenui.


Il libro resta uno degli ultimi oggetti capaci di spostare lentamente le cose. A patto di smettere di usarlo come decorazione morale e tornare a trattarlo per quello che è: una presa di posizione rilegata.

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