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Stefania Auci: il cantiere narrativo di Florence e la costruzione di una voce popolare

Stefania Auci è, prima di tutto, una progettista del racconto storico: non solo l’autrice del fenomeno editoriale dei Florio, ma una scrittrice che ha esordito con un romanzo ambizioso e civile, Florence, dove Firenze, la guerra e la coscienza politica diventano materia narrativa. Qui ricostruiamo il suo percorso d’autrice, analizziamo in profondità Florence, il suo “seguito” in termini di ricezione e di riuso poetico, e ciò che è venuto dopo: una rinegoziazione della propria voce in un ciclo che ha ridefinito la narrativa popolare italiana.


Stefania Auci
Stefania Auci

Stefania Auci: biografia minima e traiettorie di formazione


Nata a Trapani nel 1974, cresciuta tra studi umanistici e giurisprudenza, laureata a Palermo, Auci lavora come cancelliera al tribunale di Firenze prima di tornare definitivamente in Sicilia come insegnante di sostegno. Questo pendolo geografico — Toscana amministrativa e Sicilia sentimentale — lascia una scalfittura buona nella sua prosa: attenzione ai dispositivi sociali (scuola, legge, stampa), affezione per i luoghi come organismi morali, senso delle classi e delle scale di potere. Il dato non è “colore”, è chiave di lettura: Florence nasce già con questa doppia vista, e i Florio ne erediteranno il metodo d’indagine.


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Le prove di bottega: tra romance storico e saggistica


Prima di Florence, Auci sperimenta il passo narrativo nel romance storico: Fiore di Scozia (2011) e La rosa bianca (2012) — ambientati tra Francia e Scozia nel Settecento — allenano ritmo, montaggio e gestione del personaggio; il romanzesco diventa laboratorio, non gabbia. Poi, nel 2017, arriva La cattiva scuola (con Francesca Maccani): un saggio breve e pratico sulle fragilità dell’educazione italiana che le impone un’ottica sistemica, quasi sociologica. Nella narrativa futura, questo sguardo “di contesto” peserà tanto quanto l’invenzione.


Stefania Auci e Florence: una trama morale


Stefania Auci

Pubblicato per la prima volta l’8 luglio 2015 da Baldini + Castoldi (412 pp., collana Romanzi e racconti) e poi riproposto nel 2021 in edizione riveduta (480 pp.), Florence è un esordio lungo e consapevole: la città non fa da fondale, ma da laboratorio, il fronte non è spettacolo ma cartina di tornasole del linguaggio pubblico. Il protagonista Ludovico Aldisi, giornalista della Nazione con simpatie interventiste, scambia la guerra per un ascensore sociale; durante una manifestazione pacifista rivede Dante, amico e contrappeso etico, e conosce Irene, figlia francese di un suo ex professore, voce europea e pacifista. L’invio al fronte della Marna gli ribalta lo sguardo; al ritorno, tra la Torricella nel Chianti e la Firenze che rumina propaganda, Ludovico deve rinegoziare se stesso. Il romanzo è, in sostanza, un’educazione morale mascherata da romanzo d’azione.


Stefania Auci e il dispositivo storico-morale di Florence


Florence non “usa” la Storia: le chiede responsabilità. Schiera idee (interventismo/pacifismo), ruoli (giornalista/lettore, città/campagna), forze (amore/ambizione) e osserva come la prova dei fatti smascheri le frasi fatte. La scelta di un giornalista come protagonista è tecnica e politica: consente di mostrare come si costruisce consenso — titoli, omissioni, retoriche — e cosa resta quando l’esperienza lo smentisce. Irene non è la musa: è controvoce laica e continentale; Dante non è spalla bonaria: è misura che sfibra la retorica del successo. La figura di Ludovico è calibrata per non precipitare nel monito: sbaglia spesso, apprende tardi, torna umano quando si misura con il lavoro, non con l’eroismo.


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Firenze come personaggio: topografia e codice etico


Il titolo non è casuale: Firenze è personaggio. Le sue piazze come barometri, le redazioni come officine del linguaggio, le manifestazioni come termometri della legittimazione. L’uscita nel Chianti (la Torricella) funziona da controluce morale: lontano dai clamori, la città suona diversamente. Quando la guerra irrompe dalla Marna, il romanzo rifiuta il sublime; preferisce il registro della disillusione. Non “abbellisce” la sconfitta, scolla l’ironia dai manifesti, lascia che la grammatica del dolore riscriva il personaggio.


Personaggi e polifonia controllata


Un equivoco critico ricorrente è leggere Florence come romanzo a tesi, con personaggi-marionetta. È vero l’opposto: Irene e Dante sono corpi sociali, non illustrazioni ideologiche; la loro funzione è frizionare Ludovico, obbligarlo a una trasformazione e non a una morale pronta. Auci costruisce la complessità con dettagli concreti (favori, debiti, complicità), tenendo il ritmo su un periodare medio-lungo ma temperato: niente virtuosismi inutili, molta tenuta di scena.


L’officina dello stile: ritmo, documentazione, regia


Lo stile di Florence mostra una grammatica che tornerà nei Florio:


  • periodi ampi, ma con verbi in spinta;

  • lessico civile che non teme la precisione (stampa, tribunale, assemblea);

  • documentazione discreta (giornali, topografie, cronache) che alimenta la verosimiglianza, non la sovrasta.Là dove il romance storico autorizzava l’ornato, qui Auci preferisce una prosa che porta: sposta, informa, mette in crisi. È un realismo di responsabilità.


Dal debutto alla “scuola Florio”: cosa resta di Florence nei romanzi successivi


I Leoni di Sicilia Stefania Auci

La distanza tra Florence (2015/2021) e I leoni di Sicilia (2019) non è uno strappo, ma una continuità di metodo. Tre elementi passano dalla bottega fiorentina alla saga siciliana:


  1. Il lavoro come motore narrativo. In Florence la redazione e il mestiere del giornalista sono fabbriche di senso; nei Florio, bottega, tonnare e impresa diventano teatro dei conflitti morali. Anche sullo schermo, la serie Disney+ fa del “lavorare” la vera scena d’azione.

  2. La città come organismo. Firenze/Chianti da una parte, Palermo/Marsala dall’altra: entrambe non sono “fondali”, ma banchi di prova dove classe, desiderio e linguaggio si scontrano.

  3. Popolare + esattezza. La miscela di respiro popolare e cura documentaria — già avvertibile in Florence — esplode nei Florio, con un successo internazionale e riconoscimenti pubblici (tra cui il Premio Bancarella 2022 al secondo volume).


Ricezione, ristampe, nuova vita editoriale di Florence


L’edizione 2021 (Baldini+Castoldi, 480 pp., nuovo EAN) è un segnale: il boom dei Florio ha riacceso l’attenzione sul romanzo d’esordio, riposizionandolo come romanzo di formazione morale più che come semplice feuilleton bellico-sentimentale. La variazione di foliazione, le nuove sinossi, la ripresa di canali esteri (es. Amazon UK) indicano una strategia di rilettura che intercetta un pubblico ampliato e già “educato” al metodo Auci.


Curiosità essenziali (utili al lettore esperto)


  • Debutto lungo, non siciliano. Anche se oggi “Stefania Auci = Florio” è l’equazione più diffusa, il suo primo romanzo lungo è Florence (2015), toscano ed europeo, pubblicato da Baldini + Castoldi.

  • Irene come controcanto europeo. Figura capitale: non musa ma autorità intellettuale che riporta il discorso sul terreno civile.

  • La Marna come scelta di poetica. La guerra entra dal punto più “prosaico”: la linea di trincea che smonta le frasi. Non epica: esperienza.

  • Riedizione e “nuovo paratesto”. Nel 2021 Florence torna in catalogo con un’altra numerazione di pagine e un nuovo EAN, segno di un riposizionamento editoriale post-Florio.


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Stefania Auci dopo Florence: il “caso” Florio, premi, serie


Dopo Florence, Auci apre il cantiere lungo dei Florio: I leoni di Sicilia (2019) e L’inverno dei leoni (2021) consolidano una poetica di coralità storica e diventano un caso di costume, tradotti in decine di paesi. Nel 2022 arriva il Premio Bancarella al secondo volume; nel 2023 Disney+ rilascia in due date gli otto episodi della serie I leoni di Sicilia (première alla Festa del Cinema, 23 ottobre; streaming: 25 ottobre e 1° novembre). Sono coordinate puntuali, ma dicono una cosa sostanziale: Auci è un’autrice di lavoro lungo, che costruisce nel tempo un immaginario condiviso senza abdicare al mestiere della verifica.


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Stefania Auci e la macchina editoriale: rifiuti, successo, resistenza


Non c’è solo la cronaca del successo: c’è la resistenza dietro le quinte. Prima del boom, i Florio furono rifiutati da più editori; poi, la stessa storia è passata dalla prova del mercato a quella dell’adattamento audiovisivo, moltiplicando lettori e “ritorno” sui titoli precedenti (tra cui Florence). Il percorso, documentato da interviste e profili, è utile anche come lezione d’industria: non tutto ciò che vale esplode subito, e la ricombinazione editoriale può dare nuova leggibilità agli esordi.


Anatomia di Florence: una lettura ravvicinata


Apertura, tono, promessa. Il romanzo apre con un tempo caldo: la città non sta a guardare, discute, si schiera. La voce narrante è piana ma tesa; non fa virtuosismi, chiede attenzione. La promessa al lettore è chiara: “non ti darò eroi; ti darò prove”.


Ludovico come sintomo. Giovane, brillante, “giusto” nel posto sbagliato: la redazione. La sua ambizione è benzina buona e cattiva insieme. La guerra che credeva trampolino si rivela calce viva: brucia i vezzi, lascia ferite che non si ricuciono con titoli cubitali. (Sinossi ufficiale).


Irene come misura europea. Non è “l’angelo della casa”: è mente e lingua, figlia di professore, allevata al dibattito. La sua fede pacifista non è dogma ma prassi: argomenta, sfida, pretende chiarezza. È lei a spostare il baricentro della storia dal patema romantico al confronto pubblico.


Dante come amicizia che non assolve. Nessuna retorica del “migliore amico”. Dante è il contrappeso: ti rimette addosso il peso delle parole scritte e dette. Anche l’ospitalità nella Torricella non è tregua, è un campo prova.


La città come sistema. Florence è un romanzo urbano: tipografie, caffè, piazze, tribunali. Luoghi dove i ruoli si fanno e si disfano. La scrittura è didascalica quando serve (per orientare), poi torna scenica (per far sentire la pressione).


Stefania Auci

Il fronte come realtà non negoziabile. Quando Auci porta Ludovico sulla Marna, evita l’effetto cartolina della trincea: niente estetica del fango, niente eroismi; solo cambio di sguardo. È un realistico “prima/dopo” che taglia il romanzo in due metà asimmetriche: prima la seduzione del discorso, poi la fatica della vita civile.


L’uscita: una scelta di poetica. Il rientro a Firenze non risolve: mette in ordine. La forma non cerca il colpo di scena; punta alla trasformazione (del lettore oltre che del personaggio). È un modo tradizionale, sì; ed è proprio lì la sua forza.


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Nota di metodo: perché Florence conta (anche oggi)


Perché mostra come si fa narrativa storica popolare senza rinunciare alla responsabilità. Perché chiede al lettore tempo e restituisce criteri: a cosa servono le parole? cosa cambia quando la realtà le smentisce? come si misura una città? Perché, soprattutto, fa vedere da vicino che cosa accade quando il linguaggio pubblico — giornalistico, politico — si scontra con l’esperienza privata e collettiva. In tempi di slogan, non è poco.

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