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Festival di Sanremo 2026: il rito stanco che nessuno ama (ma tutti guardano)

Bisogna fare una premessa: del Festival di Sanremo 2026 non importa niente a nessuno. Basta domandare in giro e alla levata di sopracciglia si accompagnerà un’espressione perplessa, una prudenziale smorfia di delusione dettata, forse, dall’ennesimo annuncio incolore di Carlo Conti ai microfoni del tiggì.


Festival di Sanremo 2026

 

Del Festival di Sanremo 2026 non importa niente a nessuno, si diceva, eppure tutti lo guarderanno. Come ogni anno. Perché agli italiani puoi togliergli i sussidi e la libertà di manifestare, ma guai a toccargli il teatro Ariston – almeno finché la famiglia Vacchino e il comune di Sanremo non accetteranno offerte più vantaggiose.

 

Ma questa volta è diverso. Il Festival non è ancora iniziato e già si intonano lamenti, c’è chi parla di fiasco anche solo guardando il render della scenografia o l’elenco delle parole più (ab)usate nei testi dei cantanti in gara – fra cui, manco a dirlo, la più inflazionata è «amore» (per ben 44 volte, secondo le rilevazioni di YouTrend). Un Festival rassicurante, reazionario, a vocazione patriarcale, dove il «guizzo» è messo al bando e niente sembra poter scassinare la monolitica liturgia del Conti N°5 – non a caso, la seconda parola più ricorrente nelle canzoni dei Big è «fastidio» (30 volte) e il merito spetta principalmente a Ditonellapiaga (nomen omen) che il prurito lo dichiara già nel titolo del brano.


Festival di Sanremo 2026 tra numeri, polemiche e nostalgia del caos perduto


I Big, appunto. Se la 75ª edizione poteva vantare fuoriclasse acclarati (Giorgia, Elodie, Achille Lauro e, per i più romantici, Massimo Ranieri), habitué della riviera (Francesco Gabbani, Noemi, Irama, The Kolors, Francesca Michielin) e schegge impazzite (Brunori Sas, Serena Brancale, ma soprattutto Olly e Lucio Corsi), il cast del Festival di Sanremo 2026 è composto per un terzo da esordienti – uno di loro, Sayf, non ha neppure la pagina su Wikipedia – e, per altri due terzi, da giudici e coach di The Voice, Io Canto e Amici. Può sembrare ingeneroso, ma quello che manca, a una prima occhiata, è il bilanciamento tra status e gusto della scoperta, tra paillettes e premio alla gavetta, mentre la stampa dopo i primi ascolti si affretta a dire che neanche le canzoni sono ’sto granché.

 

Non c’è hype intorno al Festival di Sanremo, e più di una volta Carlo Conti ha già dovuto pronunciarsi sul suo successore. Lo smemorato pubblico televisivo perdona tutto, tranne l’assenza di conflitto – o non si chiamerebbe «bello della diretta»: sul palco dell’Ariston è traboccato il vaso dei Ferragnez, John Travolta ha fatto pubblicità occulta sulle note del Ballo del Qua Qua e Blanco ha certificato di avere un problema con le rose rosse; per non tornare a Bugo e Morgan, ma più che alla cronaca quello è un fatto che attiene alla leggenda. Dopo le edizioni del belcanto (2015), della genitorialità (2016) e dell’eversione (2017), Conti si è limitato a ormeggiare il Festival in un porto sicuro (2025): e se l’ultima immagine di Amadeus era stata una carrozza che portava lo spettacolo fuori dal teatro, il conduttore fiorentino ha amministrato la kermesse come una riunione di condominio, in una fredda e impersonale successione di blocchi dentro il recinto dell’Ariston.

 

Qualcuno ha ipotizzato che le case discografiche abbiano negato i loro purosangue, e una certa inversione di tendenza rispetto all’età dell’oro di Amadeus è tangibile. A un anno di distanza dalla vittoria di Balorda nostalgia, la stampa «compiacente» insiste nel dire che la 75ª edizione ha fatto «il boom più boom di tutti i tempi» (Italo Bocchino, da Otto e mezzo dell’11 febbraio 2026) ma, a un’attenta lettura dei dati, viene spontaneo sollevare qualche perplessità. La finale del 2025, come riferisce Davide Maggio, ha ottenuto meno spettatori, sia in share sia in valori assoluti, rispetto alla finale del 2024 – la più vista dal 1995, quando Pippo Baudo registrò i 17,6 milioni e il 75,22% – e ha totalizzato meno ascolti in valori assoluti anche rispetto alla serata dei duetti, che da qualche anno attrae un pubblico disinteressato alla gara dei Big e in cerca, invece, di puro intrattenimento.


Festival di Sanremo 2026

E dunque: il «boom più boom» c’è stato davvero o è solo un tentativo di propagandare un Festival più conservatore e nazionalpopolare? I numeri, anche in questo caso, vengono in aiuto: il Festival di Sanremo 2025 è stato il più digitale di sempre (oltre 253 milioni le interazioni e circa 1,6 miliardi le visualizzazioni dei video) e quasi la metà degli artisti in gara hanno raggiunto a turno il podio degli album più venduti. Il jingle Tutta l’Italia di Gabry Ponte ha vinto perfino il San Marino Song Contest, anche se poi all’Eurovision ha raccolto un desolante ultimo posto.

 

Sommando i dati, il bilancio si fa decisamente più rotondo (è infatti ormai accertata la correlazione tra l’interesse suscitato sul web e la fruizione dei contenuti sulla tv lineare o sulle piattaforme), ma un commento sui social non esprime necessariamente consenso e si possono guardare le cose anche con la proverbiale curiosità da incidente stradale.

 

Lo scetticismo intorno alla quinta fatica contiana deriva soprattutto dall’assenza di idee originali. Dai Festival di Amadeus il presentatore toscano ha attinto a piene mani – gli annunci al telegiornale, il cast fuori misura, una co-conduzione diversa per ognuna delle cinque serate – senza però intestarsi alcun merito apparente. Delude il DopoFestival di Cattelan, non decolla il PrimaFestival con le pillole dai social, sempre uguali (e spesso inserite a forza) le performance sulla nave da crociera ancorata nella baia o sul palco di piazza Colombo, più simile al pericolante Capodanno condotto da Liorni. Con il Festival l’azienda prosciuga le proprie casse già a febbraio, ma la sensazione è che nessuno abbia veramente voglia di giustificare le spese mettendosi a scrivere uno straccio di copione.

 

Sanremo non è soltanto un elenco di nomi e di codici per il televoto. Non è una carrellata di facce inframezzata da qualche canzonetta. Co-conduttori? Ci sono. Gli artigiani della qualità? In platea verso mezzanotte. Il cast di Mare fuori? Gliel’abbiamo chiesto, ma non vogliono venire. Andrea Bocelli? Giusto, è pure amico di Trump. Luca Argentero? Bravi, facciamogli fare l’ambasciatore della fiction italiana nel mondo. E chiamate Irina Shayk, che di certo ha sempre sognato di condurre il Festival e non scalpita per fare il monologo.

 

Il carrozzone va avanti da sé / con le regine, i suoi fanti, i suoi re. La solita moltitudine di piccole e grandi celebrità si appresta ad affollare uno dei teatri più angusti d’Italia, e chissà che tra un cambio di scena e uno spot della regione Liguria qualcuno non decida di rotolare giù dalla scalinata, regalando un titolo alle agenzie di stampa. «Solo posti in piedi» ironizzano sul web, possibile allora che nessuno inciampi? Una piccola caduta, un incidente veniale. Caterina Balivo ci fa almeno una settimana di talk.


Festival di Sanremo 2026

 

Anche perché, a pochi giorni dal debutto, la manifestazione ha dovuto rinunciare a uno dei suoi alfieri – Andrea Baccan da Milano, assurto alle cronache con il soprannome che gli aveva trovato Pippo Franco a La sai l’ultima? e che riecheggia negli elzeviri come un motto beffardo: Pucci. Il direttore artistico fa appena in tempo a dare l’annuncio che sui social detona lo scontento; il dibattito si polarizza subito, destra contro sinistra, neanche fosse il referendum sulla giustizia. Secondo «L’Espresso», è una bizzarra scelta «chiamare un comico che ha fondato sulle battute sessiste, omofobe, razziste e soprattutto volgari il suo intero repertorio» e pare dargli ragione lo stesso Pucci, che risponde all’appello di Conti pubblicando una foto in tenuta adamitica con la didascalia «Sto arrivando». Solo un paio di giorni e «l’unico comico di destra» (come ama definirsi lui stesso) rinuncia alla co-conduzione, negando di essere un fascista e un odiatore seriale: «Sono arrivati fino a minacciare la sua famiglia» scrive «il Giornale», «evidentemente a sinistra l’affare Pucci è stato vissuto come una battaglia del Piave. L’ordine era: non deve passare. Tutti i mezzi sono buoni, anche quelli estremi». Eppure, da sinistra, c’è chi giura e spergiura che Pucci non l’aveva mai sentito nominare – e con loro, in effetti, buona parte del Paese reale.

 

Del Festival non importa niente a nessuno, eppure tutti lo guarderanno. Perché le chat ristagnano e, per quanto il curling procuri un certo fomento, nessuno ha mai veramente capito come funzioni; invece, prendendo a prestito il claim della kermesse, tutti cantano Sanremo e lo guardano improvvisandosi costumisti, direttori della fotografia, virtuosi del pianoforte a coda. I Giochi olimpici, al tempo di Pindaro e dei lirici corali, fermavano le guerre più sanguinose, Sanremo semplicemente le ignora, e, per cinque lunghi giorni, dona uno stato di piacevole abbandono, di dolcissima irresponsabilità.

 

Beninteso, la leggerezza – dice una nota citazione apocrifa – non è superficialità, e oggi il Festival è ancora il centro della scena. Una replica ininterrotta di giorni felici. O solo una replica? Nel 2016 (l’anno del Conti-bis) in scaletta c’erano Eros Ramazzotti, i Pooh e Laura Pausini. Dieci anni dopo sono ancora a Sanremo. Ci vorrebbe un’idea brillante, una mossa inaspettata: Paolo Petrecca alla direzione artistica, per esempio, l’uomo che suo malgrado ha reso indimenticabile la cerimonia inaugurale delle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina. Un uomo di un altro tempo, nel posto sbagliato al momento sbagliato – e almeno su questo siamo tutti concordi. Ma dopo il caso Pucci e le decisioni che hanno spaccato il pubblico, essere d’accordo su qualcosa sarebbe già un bel passo avanti.


A cura di Vittorio Polieri

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