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Fëdor Michajlovič Dostoevskij, dal patibolo alla gloria: come nasce un gigante della letteratura russa


Il 24 dicembre del 1877 un uomo russo e onesto, e disonesto, e reazionario, e rivoluzionario, e patriota, e volubile, e indebitato, e spregiudicato, e vizioso, e credente, e graziato anni prima dallo Zar sul patibolo, scrive queste esatte parole sul proprio taccuino:


“Memento per tutta la mia vita restante: 1. Scrivere un Candide russo; 2. Scrivere un libro su Gesù Cristo; 3. Scrivere le mie memorie; 4. Scrivere una poesia (senza parlare del mio ultimo romanzo e del Diario da progettare, qua c’è lavoro almeno per dieci anni, e io ne ho cinquantasei).”


Fëdor Michajlovič Dostoevskij

Tale uomo è Fëdor Michajlovič Dostoevskij, uno dei più grandi scrittori di tutti i tempi.


Ma come ha fatto il nostro Fëdor a diventare il Dostoevskij di cui tutti, almeno una volta, abbiamo sentito parlare? Certo, spesso tramite pronunce sbagliate, le più comuni Tostoevski o Dodoeski, ma almeno una volta nella vita è capitato di sentire questo nome. Altre volte in contrapposizione a Tolstoj, come se fosse necessario schierarsi da una parte o dall’altra: non tutti però sanno che entrambi, seppure non si siano mai incontrati di persona – eppure Dostoevskij ha conosciuto la moglie di Tolstoj, la contessa Tolstaja, poiché entrambi frequentavano lo stesso salotto dell’Intellighenzia russa – sono passati dal rosicarsi a vicenda, allo stimarsi in un’età più adulta.


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Insomma come ha fatto Dostoevskij a diventare uno dei padri della letteratura russa? Semplice: ha fatto tutto e il contrario di tutto. Ha abbandonato l’incarico di ufficiale addetto al servizio progetti della Direzione dell’esercito per dedicarsi alla scrittura e alla letteratura. Ha iniziato a contrarre debiti, poiché il nostro eroe è sempre stato l’umano più umano di tutti, in preda al vizio del gioco e delle belle donne. Ha vissuto una vita che non si poteva permettere. Sta tutto qui: scriveva romanzi per potersi permettere questo stile, non stile in verità, di vita. Lo schema era il seguente: andava da un editore, proponeva un romanzo e si faceva dare l’anticipo che sperperava in poco tempo tra vizi e debiti da risanare. Si faceva fare altri prestiti e pensava ad un nuovo libro per avere un nuovo anticipo. Insomma, è brutto dirlo ma non del tutto sbagliato: se Dostoevskij oggi è Dostoevskij probabilmente dobbiamo dire grazie, pare brutto, lo so!, al gioco d’azzardo in primis e al suo essere poco fortunato nel gioco. Ma sfortunato, anche in peggio, nell’amore, visto le amanti che aveva. Le amanti che poi si sceglieva all’estero, ad esempio a Parigi, nell’Europa che tanto detestava per lo spirito promiscuo e in preda all’industrializzazione. “Però oh Fëdor! Una cosa dell’Europa ti piaceva eh! Zuzzurellone!”


Fëdor Michajlovič Dostoevskij

Zuzzurellone, parola del dialetto toscano non messa qui a caso: chissà se nel gennaio del 1869 alla conclusione del suo romanzo L’idiota, a Firenze – dove ha vissuto per diversi mesi con la moglie Anna – qualcuno gliel’abbia detta. Sì, Fëdor ha vissuto in Italia, dovremmo vantarcene un po’ di più, dato che qui ha concluso uno dei suoi capolavori.


Ovviamente è stato massacrato dalla critica dell’epoca per gli scritti, per la sua attività da giornalista, per le sue convinzioni politiche, lui che è stato arrestato per aver preso parte al circolo Petraševskij dove le idee politiche erano poco affini a quelle del poco permaloso Zar Nicola I. Alla fine è stato solo processato e definito uomo molto pericoloso e portato sul patibolo. Ma lo Zar in fondo era di buon cuore e ha fatto uno scherzetto al nostro Dosto: proprio quando sembrava tutto finito per lui, è arrivata la grazia. Che sollievo per il nostro scrittore, ancora acerbo all’epoca, vero? Sì, se non fosse che per quattro anni, come contro pena, è stato in carcere in Siberia.


Fëdor Michajlovič Dostoevskij

Nel mezzo della sua lunga vita ha avuto grandi lutti familiari, si è ammalato di epilessia, malattia che lo ha condannato a lavorare sui testi, in alcuni periodi, con lunghe pause. Con il tempo però, Dostoevskij ha sistemato alcuni aspetti della propria vita, grazie anche alla morte dello Zar Nicola I. Fëdor si è guardato bene dal criticare il successore, anzi si vocifera di una stima tra i due. Un cavallo pazzo ma forte lo riconosci dalla lunga corsa, e nell’età adulta Dostoevskij semina ciò che gli servirà per diventare immortale: tiene un discorso commovente, dove la gente sviene per la commozione, all’inaugurazione di un monumento dedicato al poeta Puškin, il Discorso su Puškin.


Dopo aver pubblicato tutti i capolavori che conosciamo oggi, dedica gli ultimi anni della sua vita al grande romanzo: I Fratelli Karamazov, romanzo che viene accolto con entusiasmo in Russia e finalmente Dostoevskij viene riconosciuto per il genio che era. Ha un enfisema polmonare, gli attacchi epilettici continuano a tormentarlo fino a che la sera del 25 gennaio 1881 inizia a sanguinare dalla bocca. Sviene, si riprende, trova la forza di litigare con la sorella, poi sviene ancora nei giorni a venire. Il 28 gennaio, come ha raccontato la moglie, apre a caso il Vangelo in cerca del primo versetto della pagina – era solito farlo prima di scrivere, a mo’ di gesto scaramantico anche per capire che pigli potesse avere quella giornata – e il dito si ferma su Matteo 3,15 “Lascia che avvenga ora, perché bisogna che così adempiamo a tutto ciò che è giusto”. Dostoevskij muore poco più tardi.


Il 31 gennaio viene celebrato il suo funerale: sessantamila persone a salutarlo. In Russia. In Inverno. In un'epoca nella quale i libri erano una questione dell’alta classe perlopiù. Ma non finisce qui, se ti senti piccolo in confronto alla sua vita, tieni a mente anche questo: forse un giorno tu pubblicherai capolavori, farai della tua vita qualcosa di eccezionale ma difficilmente avrai un cratere presente su Mercurio che porterà il tuo nome. Fëdor sì, lui può. Noi no.

 

Un grande augurio a Fëdor Michajlovič Dostoevskij, l'11 novembre 2025 sarebbero stati 204 anni.



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