Luigi Bonaventura: il mio viaggio di ghostwriter dentro una storia che spacca il silenzio
- Gerardo Fortino

- 13 set 2025
- Tempo di lettura: 2 min
Aggiornamento: 14 set 2025

Luigi Bonaventura: cronaca di un mestiere ostinato (e di una pagina che non molla)
Scrivere la storia di Luigi Bonaventura non è stato come stendere una biografia a tavolino. È stato piuttosto sedersi di fronte a un uomo, notte dopo notte, e raccogliere una confessione che aveva la forza di un interrogatorio e la nudità di una preghiera. Io ero lì, come in Intervista col vampiro: penna in mano, cuffie grandi, registratore acceso. Ma non bastava “ascoltare”: bisognava entrare.
Un ghostwriter di solito sparisce: lavora nelle retrovie, mette in ordine, lima le parole fino a far sparire la propria impronta. Qui no. Qui la mia ombra è rimasta sulla pagina. Perché raccontare Luigi significava anche raccontare il peso che la sua voce aveva sul mio corpo, le notti insonni, le pagine strappate e riscritte dieci volte, la sensazione che ogni frase fosse una miccia accesa. Luigi non è soltanto il collaboratore di giustizia che ha strappato il codice della ’ndrangheta per scegliere la legge. È l’uomo diviso in due, cresciuto come un bambino-soldato e poi costretto a spogliarsi di quel ruolo. Io, di fronte a lui, ero testimone e strumento. La sua storia mi ha attraversato, e nel libro ci sono anch’io: i miei dubbi, i miei silenzi, il mio mestiere di “traduttore” che non inventa ma trasfigura, che non abbellisce ma sostiene il peso.
Il Sud che raccontiamo insieme non è un fondale esotico: è un’Italia ferita e magnetica, in fiamme ma piena di luce. Scriverne significava restituire precisione, rifiutare il folklore, ricostruire la filosofia sociale di un Paese che spesso si racconta male. Era la nostra sfida: trasformare un flusso di memoria in un corpo narrativo, non solo cronaca ma riflessione.
Ora il testo entra in rifinitura con la mia editor. È la fase in cui si toglie, si stringe, si leviga. Il punto non è mai “piacere”, ma reggere lo sguardo del lettore. Come nell’intervista col vampiro, non c’è distanza sicura: o entri, o scappi. Io ho scelto di entrare.
È stato un viaggio forte, reso possibile anche da molte figure professionali che ringrazio e che, forse, più avanti vi dirò anche da chi sarà pubblicato. 🤫 Un lavoro che mi ha colpito a fondo, e di cui vado fiero. Amo questo mestiere: anche quando ci sono giornate in cui la frustrazione mi riduce a brandelli, capisco che non potrei farne a meno. Ricordo ancora la prima sera davanti al camino, quando ho iniziato questo racconto: solo la luce del fuoco, il crepitio della legna, il fumo lento di un sigaro e io piegato sulla poltrona a scrivere fino alle quattro di notte. Ecco, è così che nascono certi libri: nella brace che ti brucia gli occhi e ti scalda le mani, nella notte che non perdona e che, a volte, regala la voce giusta.





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